AMERICA AT LARGE. Americanistica transnazionale e nuova comparatistica

a cura di Donatella Izzo, Giorgio Mariani

Introduzione di G. Mariani 1

Per presentare l'argomento generale di questo volume - il secondo della serie "I libri di Ácoma" - penso sia utile partire da alcune considerazioni già articolate in modo piuttosto chiaro circa dieci anni fa, nell'editoriale con il quale si apriva il primo numero della nostra rivista. Nello spiegare quali ragioni ci avessero spinto a scegliere per la nostra pubblicazione il nome "Ácoma", notavamo che innanzi tutto questo nome si riferiva al luogo ininterrottamente abitato più antico degli odierni Stati Uniti, e che dunque la rivista avrebbe guardato all'America come a un mondo che non ha avuto inizio con lo sbarco di Colombo nei Caraibi o con quello dei Padri Pellegrini lungo le coste dell'odierno Massachusetts, ma molti molti secoli prima. A questa osservazione ne aggiungevamo immediatamente altre, a rimarcare che la scelta di un nome indiano per una rivista di studi nordamericani non andava fraintesa come il desiderio di sostituire un'Origine più vera a quella "artificiale" dell'invasione europea. Al contrario, era nostra intenzione mettere in evidenza sin dal titolo come la natura interculturale del nostro oggetto di studio fosse non solo un dato del presente - e dunque limitato alle odierne società multiculturali del Nord America - bensì qualcosa di profondamente radicato nella storia del continente. Dopo tutto ci riferivamo ad Ácoma come a un pueblo, una parola spagnola che è stata poi adottata dagli stessi indiani e che suggeriva un possibile diverso "inizio" degli Stati Uniti, visto che i primi europei a "sbarcare" nell'odierno territorio degli USA non furono gli inglesi bensì i conquistadores spagnoli che nel XVI secolo si spinsero dal Nuovo Messico fino al Kansas in cerca di leggendarie "città d'oro".2 Inoltre osservavamo che a quei mattoni argillosi impastati con la paglia delle alte erbe del deserto che da lontano sembravano ricoperti d'oro, gli spagnoli diedero il nome di adobe, una parola di origine araba che designava una tecnica diffusa non solo in Spagna, ma anche in Africa, in Asia e in altre parti d'Europa. In breve, il nome "Ácoma" ci sembrava non solo simboleggiare, ma incarnare un coagulo culturale, storico e sociale nel quale confluivano diverse tradizioni linguistiche e culturali. Anche se nell'editoriale il termine "transnazionale" non compare, è evidente come tra i principali obiettivi della rivista ci fosse quello di sottoporre a una costante analisi critica la costituzione della nazionalità statunitense, opponendo all'eccezionalismo degli American Studies più tradizionali l'attenzione per la dimensione irriducibilmente ibrida e composita di tutto il continente nordamericano.3

In quello stesso editoriale, però, con un salto repentino dall'era degli inizi alla scena contemporanea, si accennava anche a un'altra questione con cui un'americanistica desiderosa di andare oltre le parole d'ordine e i paradigmi disciplinari del passato avrebbe dovuto inevitabilmente confrontarsi, una questione che non a caso avevamo scelto di porre al centro del primo numero della rivista, domandandoci: "Dove comincia e dove finisce l'America?". Osservando che, nel corso dell'Ottocento e soprattutto del Novecento, gli Stati Uniti - dopo aver assorbito massicce ondate migratorie sia dall'Europa sia da altri continenti - si erano poi a loro volta affacciati in tutto il mondo non solo per affermare una sempre più marcata supremazia economica e politica, ma per esportare i loro prodotti e modelli culturali notavamo che era divenuto assai difficile capire, per l'appunto, quali fossero i "confini" (materiali nonché virtuali) dell'America.

L'interazione è oggi quotidiana. I fili del discorso si sono moltiplicati e si intrecciano instancabilmente. Per il critico l'"extra-località" bachtiniana è sempre meno una condizione fisica materiale e sempre più soltanto un avviso metodologico. Il discorso sull'America si è fatto globale. È per questo, in definitiva, che parlare degli Stati Uniti è parlare di noi, in quanto partecipi di un universo culturale - multiculturale - al cui centro stanno proprio gli Stati Uniti.4

Ancora una volta, dunque, l'accento veniva a cadere sulla necessità di riconcepire gli American Studies in una prospettiva capace d'interrogare i confini sociali e culturali degli Stati Uniti e che, non limitandosi ad analizzarne i tratti distintivi fosse in grado di coglierli nella tensione dialettica che essi stabilivano con altre tradizioni nazionali.5 Le dimensioni globali del "discorso sull'America" richiedevano pertanto un approccio nuovo: un approccio trans-nazionale e inter-culturale, due termini di fondamentale importanza in tutti i discorsi affrontati dal presente volume.

Note
1. Giorgio Mariani insegna Lingue e letterature angloamericane all'Università di Roma "La Sapienza" ed è condirettore di "Ácoma". Tra i suoi ultimi libri ricordiamo La penna e il tamburo, ombre corte, Verona 2003 e la cura di una scelta di poesie di Sherman Alexie, Il powwow della fine del mondo, Quattroventi, Urbino 2003.
2. Per la differenza tra il concetto (metafisico) di "Origine" e quello (pluralista e materialista) di "inizio" si veda il classico studio di Edward Said, Beginnings. Intention and Method, Johns Hopkins University Press, Baltimore and London 1975.
3. Qui e altrove in questo volume si è lasciata la dizione American Studies in quanto la traduzione italiana del termine ("studi americani") non rende pienamente il significato originale. Gli American Studies, infatti, come viene chiarito in molti degli interventi che seguono, non sono semplicemente un campo di studi critico-letterario paragonabile a quello che noi chiamiamo "americanistica" ma una formazione disciplinare, costituitasi a partire dal secondo dopoguerra e dunque in piena Guerra fredda, che oltre a lavorare sulla letteratura degli Stati Uniti si occupa di storia, cultura popolare, folklore ecc. Attraverso uno sguardo spesso interdisciplinare, gli American Studies hanno avuto il compito istituzionale di studiare (ma anche di creare e diffondere, in patria come altrove) un'immagine complessiva degli Stati Uniti ricca di fondamentali risvolti ideologici e politici.
4. "Ácoma", 1 (primavera 1994), p. 5. 5. Per un'altra tappa del percorso di ricerca intrapreso dalla rivista su questi temi si veda la sezione monografica I margini degli Stati Uniti, a cura di Erminio Corti e Donatella Izzo, "Ácoma", 24 (estate-autunno 2002).

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Recensioni

Pulp, maggio - giugno 2005

America at large

di Umberto Rossi


Non spaventatevi per il titolo erudito di questa raccolta di saggi. In realtà la questione che tratta può essere alquanto semplificata, e lo fa Giorgio Mariani nell'introduzione: come far evolvere lo studio della cultura americana da un modello nazionale (e nazionalista, di questi tempi sospetto d'essere imperiale) a un modello comparato, che tenga conto non solo di quanto l'America abbia attinto al resto del mondo in termini di idee e rappresentazioni, ma anche di quanto la cultura americana sia in se stessa multiculturale e ibrida (si pensi per esempio ai tanti immigrati sud- e centroamericani che si ostinano a parlare e pensare e scrivere in spagnolo). Quella di Mariani e Izzo, e degli altri partecipanti alla miscellanea (tra cui spicca lo studioso statunitense Djelal Kadir, il cui nome già esemplifica le tesi proposte nel volume; molto interessante anche il contributo di Izzo, vero cuore pulsante del libro), è impresa altamente meritoria; di questi tempi infatti ci predicano continuamente le meraviglie e gli splendori del modello americano. Sull'America (nome con il quale si definiscono non senza problemi gli Stati Uniti) pontificano (e in effetti speculano) soprattutto quei politicanti e parolai italioti che dell'America di oggi, di ieri e di ier l'altro sanno ben poco, a parte qualche luogo comune ascoltato al bar e qualche scena madre presa dai filmoni hollywoodiani. Io, se devo riflettere sui pregi e i difetti di una civiltà che a conoscerla bene pare dell'altro mondo (nel senso di Marte), preferisco affidarmi a seri professionisti come Mariani e Izzo e soci, che se non altro certe cose sono decenni che le studiano, e le vivono anche. Unico dubbio sull'impresa dei curatori ma se l'obiettivo è, come affermano, cercare una definizione dell'America (leggi Stati Uniti) negli occhi dell'altro, cioè del nonstatunitense, come mai la letteratura critico-teorica citata (ricchissima) è quasi sempre di area statunitense? Ce lo possono dire solo gli americani (di nascita o d'adozione), pur se critici e diciamo "di sinistra", che c'è un problema di imperialismo culturale oltre che economico-politico?




www.compalit.net, 29 maggio 2005

America at large
di Franca Sinopoli

La miscellanea di studi parte dall'idea che non sia più possibile affrontare il "discorso sull'America" senza ragionare sulle implicazioni mondiali ed interculturali che tale discorso implica, al punto che gli studi letterari e culturali sull'identità americana non possono più prescindere dal rapporto che la cultura statunitense intrattiene con le altre culture. Ripensare in chiave relazionale, cioè attraverso una critica letteraria e culturale di tipo comparatistico, la letteratura e la cultura americane significa al contempo interessarsi di come gli Stati Uniti sono una formazione culturale incomprensibile se confinata all'interno della categoria di "nazione". I curatori sono docenti letteratura angloamericana rispettivamente nelle Università di Napoli "L'Orientale" e de "La Sapienza" di Roma.




iperstoria, 2005

America at large
di Vincenzo Maggitti

Quali sono i rapporti che intercorrono tra una disciplina che ha come oggetto di studio la letteratura americana e un’altra che rintraccia percorsi e legami testuali fra letterature nazionali? La domanda necessita di qualche parola di chiarimento, che, nell’esigenza di far luce, segnali, tuttavia, alcuni paradossi già insiti nella formulazione del quesito. Intanto, cosa si intende oggi per letteratura americana, dopo che si è cominciato a porre l’accento sulle forme letterarie prodotte geograficamente al di ‘sotto’ degli Stati Uniti e dopo che la proliferazione di dipartimenti universitari dedicati allo specifico diagramma etnico dello scrittore ha dimostrato l’enorme peso del contributo straniero al farsi della letteratura nazionale. Poi, cosa corrisponde alla definizione di comparatistica in un ambito che ha dovuto, con varie resistenze, superare la nozione di ‘influenza’ come chiave di lettura delle relazioni fra letterature nazionali, per scoprire un’apertura globalizzante che, tuttavia, non può più accettare acriticamente l’aspirazione goethiana ad una letteratura mondiale?
La consapevolezza che la vastità del campo di azione di entrambe le discipline renda opportuno ripensarle – anche al fine di rilevare i dati culturali e ideologici più ‘latitanti’ della loro applicazione indiscriminata e, a tratti, convergente – è la raison d’être di un recentissimo volume di saggi che esplicita la connessione fin dal titolo: America at large, a cura di Donatella Izzo e Giorgio Mariani (Milano, Shake, 2004), dove “at large” implica sia la prospettiva amplificata in cui si esprime e trova riscontro la vocazione transnazionale finalmente riconosciuta agli studi americani, dopo il crollo del culto di eccezionalismo che aveva permesso di cementarne l’assetto diciplinare, sia la cifra espansionistica insita nella accezione meno progressista, e sempre più manifesta, del destino mondiale degli Stati Uniti, di cui il cultore di studi americani, nonché le istituzioni in cui si trova ad operare, potrebbero farsi involontari portavoce.
Su questo ultimo punto insiste molto Djelal Kadir, voce accademica autorevole e modello di una proficua e problematica interazione fra l’americanista e il comparatista, di cui troviamo, oltre al saggio, anche un’intervista (a cura di G. Mariani), finora inedita, rilasciata a ridosso del primo congresso della IASA (International American Studies Association), istituzione che opera, per l’appunto, in direzione di un ampliamento geopolitico degli studi americani e di una redistribuzione della propositività teorica e analitica ad aree diverse dagli Stati Uniti. Nel suo articolo, tuttavia, Kadir critica con fermezza la facilità con cui il mondo accademico crede di aver liquidato il problema del rapporto tra centro e periferia nella incondizionata adesione ad una prospettiva fintamente progressista e nella spassionata adozione di una terminologia che assolvesse l’incarico morfologico di evidenziare il carattere passatista del binomio: centro e periferia restano, per Kadir, tratti basilari del discorso teorico della letteratura, nella misura in cui se ne analizzano le componenti storiche e culturali, senza sussumerle a categorie immutabili dello spirito.
Sulla stessa linea si muove Donatella Izzo nel riesumare all’attenzione scientifica la validità attuale di un'altra parola desueta come “nazione”. Proprio per volontà di sottrarre la categoria al destino di obsolescenza, Izzo la riconduce in un ambito politico ed economico come elemento propellente del discorso egemonico che gli Stati Uniti si stanno cucendo addosso, dopo averne seguito le tracce in un approfondito scandaglio metacritico del connubio fra studi americani e comparatistica: la ‘rinascita’ della letteratura americana, annunciata da Matthiessen nel 1941 (il titolo del libro seminale è, appunto, American Renaissance), avviene già sotto l’egida di una formulazione teorica che promuove la rilevanza delle opere nazionali nel contesto estetico dell’intera tradizione occidentale, suffragando, al tempo stesso, la loro promozione culturale sulla base dell’affidabilità storica dimostrata dalla nazione che le ha prodotte. Se l’approccio comparatistico è stato determinante nella formazione di un canone esportabile e universalizzante della letteratura americana, la sua matrice permea ancora il desiderio nazionalista, nel tentativo di rendere ‘alleate’ tutte le letterature che esprimono quel tipo di valori.
Non a caso, la critica letteraria più attenta e sollecita ha dovuto inventare spazi metaforici che dilatano la linearità programmatica del confine, trasformandolo in un luogo culturale multilinguistico (border, frontera) che, come osserva De Cusatis nel suo contributo, è “caratterizzato dalla mobilità, da strategie di sopravvivenza e dall’emergere di identità multiple che non rientrano nelle narrazioni dominanti”. Questo spazio in continua definizione, fatto di posizioni contrastanti e di costanti negoziazioni, può ospitare la riflessione in atto senza dover rispondere all’aut aut imposto dagli organismi governativi; d’altronde lo stesso Kadir arriva a sottrarre qualunque consistenza culturale alle azioni del governo per riconsegnarla alla letteratura e alle “opere dell’immaginazione”.
Alla presenza diretta di Kadir nella parte iniziale del libro, fa da contraltare, nella seconda, quella mediata di Franco Moretti, comparatista trapiantato negli Stati uniti, con il saggio di chiusura (firmato da Andrea Miconi) interamente dedicato ad una brillante disamina dei presupposti metodologici che hanno sostenuto e accompagnato l’operazione editoriale einaudiana del Romanzo, di cui viene apprezzata la componente statistica e sociologica, così come l’apertura alle letterature di tutto il mondo, ma anche indicata la persistenza di un vizio metodologico nel considerare la letteratura mondiale come un prodotto “secondario” della evoluzione europea. Un analogo riscontro di tale persistenza è dato dalle ultime proposte di Moretti, fatte all’insegna di un radicale pragmatismo critico (e criticate, in prima istanza da Gayatri Spivak, che ha parlato di morte della comparatistica nel suo recente volume sullo stato della disciplina), dove il binomio centro-periferia è riaffermato concettualmente nella necessità di leggere “a distanza” le opere scritte in una lingua che non si conosce e non si ha il tempo di imparare, in alternativa alla pratica del close reading, dell’analisi testuale ravvicinata, che, sotto questa luce, verrebbe ad assumere una connotazione quasi reazionaria.
Nel “distant” che sostituisce il “close” c’è, tuttavia, anche la implicita attribuzione di centralità e di accentramento culturale e teorico che si vorrebbero superati: il volume, a questo proposito, ospita anche un saggio, anomalo nell’economia generale del testo, che analizza le ambiguità di rapporto interculturale tra Emerson e il poeta persiano Hafiz derivanti dalla pratica del “distant reading”, cioè dal lavoro di traduzione svolto da Emerson sulla traduzione tedesca delle poesie originali; Anita Haya Patterson ne fa un caso di sospensione tra l’apertura verso l’altro e la conferma dell’identità nazionale, in linea con le contraddizioni emersoniane messe in risalto da Matthiessen, ma anche con le posizioni accademiche di chi ingloba le letterature periferiche allo scopo di garantire istituzionalmente il rispetto della loro alterità. Così torna sempre il dubbio che dietro la correttezza politica dello scrittore hyphenated (es.: African-American), la combinazione multietnica garantita dal trattino preveda la ripetizione coercitiva dell’americano come secondo termine, nonché come risultante ultima del percorso d’immigrazione che rielabora nazionalmente il passaggio, indicando il successo dell’operazione nella permanenza del medesimo termine di arrivo.
Anche in chiave di riflessione polemica sulle posizioni di Moretti va letto il saggio di Christopher Prendergast, le cui obiezioni muovono da una lucida problematizzazione del concetto di letteratura mondiale e della sua interpretazione attuale. In particolare, Prendergast si sofferma sulla gerarchia ‘naturale’ che sembra sottostare alla scelta del romanzo come genere letterario per una mappatura mondiale della letteratura e sulla possibilità che la storia e la geografia dello sviluppo di altri generi possa invalidare le leggi derivanti dall’impresa critica: il nocciolo della questione, allora, sarebbe proprio nella equivalenza arbitraria che viene data, altrettanto implicitamente, al valore semantico e culturale del termine “letteratura” nelle diverse zone del mondo.
Per la autorevolezza scientifica dei singoli contributi e per l’incisività degli argomenti, il volume costituisce uno strumento indispensabile per articolare anche in Italia le forme di uno sguardo più consapevole sul rapporto fra globalizzazione e studio della letteratura, americana nello specifico, ma mondiale nel senso almeno plurigeografico che sta cominciando anche qui a rendersi visibile, con la produzione letteraria di immigrati che scrivono in lingua italiana.



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