CONTADINI E OPERAI IN RIVOLTA. Le Gorras blancas in New Mexico
di Bruno Cartosio
Introduzione
Il primo storico moderno a studiare il New Mexico fu Hubert Howe Bancroft. L'ultima parte della sua opera, pubblicata nel 1889, si concentra giustamente sulle trasformazioni economiche e sociali indotte dall'avvento della ferrovia, entrata nel territorio dieci anni prima. Ma il lavoro di Bancroft si interrompe appena prima del clamoroso apparire sulla scena territoriale di quelle Gorras blancas o White Caps, cappucci bianchi, su cui concentreremo l'attenzione nel presente volume. Pochi anni più tardi, nel 1893, anche l'etnologo e archeologo Charles Lummis scriveva del New Mexico contemporaneo, ma lo faceva con totale indifferenza per le travolgenti dinamiche sociali che avevano investito il territorio. Entrambi gli autori parlavano di un passato e di un presente regionali largamente sconosciuti nel resto degli Stati Uniti. Ma, mentre le modalità stesse del racconto di Bancroft lo collocavano in una consolidata tradizione di narrativa storica, il libro di Lummis si posizionava su un insolito, e impreciso, terreno disciplinare: tra racconto giornalistico e osservazione etnologica, tra aneddotica storica e studio del folklore. Emergeva con forza l'attrattiva che la terra esercitava sullo scrittore. Nella sua risposta a quell'attrattiva Lummis era un antesignano: dopo di lui molti altri avrebbero scritto del New Mexico in una vena analoga alla sua.
Lo storico di mestiere voleva riempire un vuoto di conoscenza: tanto grande e assoluto che i contemporanei propugnatori della "tesi della frontiera" - Frederick J. Turner e Theodore Roosevelt su tutti - poterono continuare a ignorare la storia dell'Ovest non anglosassone anche dopo la comparsa del suo libro. Lummis invece, che del grande Ovest si era innamorato, voleva promuovere il New Mexico e stupire i suoi lettori. Del New Mexico colse un tratto fondamentale, quando scrisse che era "l'anomalia della Repubblica".
L'indubbia peculiarità storica del territorio derivava dall'essere stato la più antica zona di contatto tra popoli europei e autoctoni. Gli spagnoli, guidati da Francisco Vásquez de Coronado, erano entrati da ovest nella valle del Rio Grande e si erano spinti fin oltre l'attuale Albuquerque nel 1540. Per tre secoli, fino al momento della conquista da parte degli Stati Uniti nel 1846, il Nuovo Messico aveva fatto parte del grande Nord del vicereame della Nuova Spagna e poi della Repubblica del Messico. L'anomalia del luogo, agli occhi degli ultimi conquistatori, stava nel fatto che la stragrande maggioranza dei suoi abitanti era, e sarebbe rimasta per decenni, composta di messicani, gente di lingua spagnola, di religione cattolica. Anche gli indiani erano più numerosi e radicati lì che nel resto degli Stati Uniti.
Quella diversità era attraente agli occhi dell'etnologo e degli studiosi e artisti e scrittori che presto ne avrebbero seguito le orme. Ma nel contesto della cultura politica dominante - improntata al suprematismo anglosassone e all'imperativo dell'espansione continentale intrinseco all'ideologia del "destino manifesto" - essa era stata decisiva nel determinare la configurazione dei rapporti sociali e di potere economico-politico nel New Mexico statunitense. Lo sarebbe stata anche nel far perdurare fino al 1912 la sua condizione di territorio: per il senatore dell'Indiana Albert Beveridge, a capo della Commissione senatoriale per i territori, la sua popolazione non era abbastanza "americana nei suoi usi e costumi" da meritarsi l'ammissione tra gli stati dell'Unione. Nello spazio sociale della regione nuovomessicana i rapporti tra gruppi diversi erano sempre stati tra disuguali. D'altro canto, quando infine arrivarono gli anglos, o americanos, il precedente "contatto" tra spagnoli e popolazioni autoctone era ormai cosa antica: nel corso di tre secoli aveva prodotto l'occupazione separata delle terre e stabili stratificazioni sociali ed economiche, ma anche sedimentato koiné linguistiche, intrecci culturali, ibridazioni genetiche. Il nuovo contatto imposto dall'arrivo dei conquistatori anglosassoni alla metà dell'Ottocento ebbe caratteristiche inedite. Dopo la conquista statunitense, lo squilibrio nei rapporti tra dominatori e dominati si fece di colpo più pervasivo e pronunciato rispetto al passato e la trasformazione sociale subì una serie di accelerazioni senza precedenti. Anche questi ultimi venuti imponevano la lingua, la cultura, le istituzioni, il diritto, la moneta e le regole non scritte della convivenza sociale dei conquistatori, ma lo facevano come spinti da un furibondo spirito acquisitivo, da un individualismo possessivo largamente estraneo agli intrecci culturali locali. I modi e gli effetti della conquista furono drammatici per la maggioranza dei nuovomessicani, o mexicanos, espropriati e spesso espulsi dalle terre su cui avevano vissuto per generazioni.
Eppure, qualcosa di ancora più nuovo e diverso accadde quando il territorio fu investito dalla modernizzazione, sotto le spoglie dei binari e dei treni della Atchison, Topeka and Santa Fe Railroad. È sintomatico che i maggiori fermenti sociali, politici e culturali avessero luogo laddove la ferrovia aveva maggiormente alterato il tessuto sociale preesistente. Le dinamiche territoriali si arricchirono di forze e protagonisti nuovi. Aggregazioni urbane di poche migliaia di residenti acquisirono modalità di vita politica e culturale che, altrove, caratterizzavano città di medie dimensioni. Aumentò straordinariamente, rispetto al passato recente, il numero delle "voci" che reclamavano spazio sui diversi palcoscenici cittadini, non importa quanto piccoli fossero. I numeri sono eloquenti: tra il momento in cui i binari della "Santa Fe" entrarono nel territorio, nel 1879, e il 1900 nacquero 283 nuovi giornali. Prima del 1879, le testate pubblicate nel New Mexico erano state in tutto 66, e nessuna di esse era quotidiana. Alla fine del secolo, nonostante gli effetti della depressione economica del 1893-97, rimanevano in attività 63 giornali, cinque dei quali erano quotidiani.
Senza che le stratificazioni orizzontali venissero alterate in modo significativo, si crearono altre separazioni sociali, verticali: nuove aggregazioni urbane separate - gli anglos da una parte e i mexicanos dall'altra, gli indiani vivevano separati da sempre - vennero a sancire una sorta di segregazione a base etnica che era stata impossibile nei decenni precedenti, quando i nuovi venuti, troppo pochi per dare vita a insediamenti autonomi, si erano dovuti forzatamente inserire negli agglomerati urbani esistenti. Il nuovo ordine non era molto dissimile dalla segregazione imposta agli afroamericani nel Sudest del paese, anche se meno rigido ed esclusivo. Qui, però, era la minoranza degli "immigrati" anglofoni che relegava a ruoli sociali subalterni e separati la maggioranza della popolazione locale, ispanofona e indiana. Per uno storico, si tratta di dinamiche altamente rivelatrici della natura delle forze economiche in campo e dei modi in cui le istituzioni politiche e giuridiche statunitensi venivano estese nei territori dell'espansione conquistatrice. Ma sono altrettanto interessanti le risposte a tali dinamiche. Per effetto del complesso di forze economiche e sociali messe in moto dalla ferrovia, in determinate aree e località si fece meno rigida la divisione etnica che aveva mantenuto separati anglos e mexicanos. In precedenza, le eccezioni a quella separazione avevano avuto per protagonisti soltanto i ricchi locali (ricos) e una piccola percentuale di politici, assimilati alle strutture di potere anglo. Ora, invece, nei centri in cui i binari avevano portato gli operai si formarono coalizioni nuove e inattese - quelle che lo storico Kim Voss ha definito "alleanze di comunità" - tra gli espropriati locali e i lavoratori qualificati della ferrovia, tutti anglos provenienti dal resto degli Stati Uniti.
Questi ferrovieri volenterosi appartenevano al "Nobile e Sacro Ordine dei Cavalieri del Lavoro", i Knights of Labor, la maggiore organizzazione di lavoratori degli anni Ottanta dell'Ottocento. La loro cultura politica li portava a ritenere doveroso entrare a far parte del tessuto sociale locale per contribuire a rovesciarne l'evidente ingiustizia. Questi militanti non fecero cadere sulle teste dei mexicanos una propria linea politica elaborata altrove. Cercarono invece di rapportarsi attivamente alla situazione che si era creata localmente nel corso del decennio, adeguando le proprie strategie e mirando a formare alleanze di base nel contesto di un vero e proprio movimento di popolo. Non furono comportamenti eccezionali, come mostrano gli studi recenti sull'Ordine: anche altrove le sezioni locali dei Knights of Labor godettero di ampi margini di autonomia organizzativa e strategica. Nel caso del New Mexico, il contatto tra Knights e mexicanos diede un contributo decisivo a uno dei fenomeni sociali di protesta più interessanti di tutta la storia del Sudovest statunitense.
Fino ad anni recenti, la marginalità geografica del New Mexico e la sua scarsa rilevanza nazionale in termini economico-politici e demografici hanno fatto sì che gli aspetti meno gradevoli della conquista e delle sue conseguenze per le popolazioni locali rimanessero largamente sottaciuti nella storiografia statunitense. Anche la scarsa legittimazione sociale e culturale riconosciuta ai messicoamericani in quanto gruppo - la loro cultura è stata "accantonata da parte dei conquistatori anglosassoni", scrivono Meier e Ribera - ha contribuito al lungo silenzio della ricerca storica. Il presente contributo è la continuazione e l'approfondimento di una mia precedente, più ampia ricerca sul contesto storico e culturale nuovomessicano. Rispetto a quel lavoro, intendo qui aggiungere alcuni nuovi elementi che mi sembrano necessari, per comprendere il protagonismo delle masse de los hombres pobres, per riconsiderare la posizione del New Mexico nell'evoluzione capitalistica statunitense di fine Ottocento e soprattutto per gettare nuova luce su un'intera fase della storia particolarmente ricca di implicazioni sociali, politiche e culturali di quel territorio. La loro importanza trascendeva allora i confini territoriali e trascende ora il perimetro circoscritto della storia locale.
Dallo sfondo delle trasformazioni economiche in senso capitalistico, dei rapporti di potere socio-politici e di proprietà della terra si staccano le esperienze emblematiche di quello che allora venne definito el movimiento del pueblo. Esso crebbe negli anni Ottanta, con la ferrovia e la trasformazione economica del territorio a fare da levatrici. Negli anni 1889-91, ebbe al suo centro soprattutto il movimento di protesta clandestino, a base contadina e messicoamericana, delle Gorras blancas. Ma coinvolse i Knights of Labor, comportò i tentativi di formazione di un partito politico alternativo a quelli esistenti e si concluse infine nel 1894, quando il grande "sciopero Pullman" investì anche le ferrovie del New Mexico insieme con la gran parte di quelle del resto del paese. A quegli anni e a quegli intrecci sono dedicate le pagine che seguono.
Recensioni
il manifesto, 3 febbraio 2004
I ribelli invisibili delle grandi praterie
di Ferdinando Fasce
Come ricorda un libro recente del massimo esperto in materia (Backfire di David Chalmers), il cappuccio bianco negli Stati Uniti evoca immediatamente l'idea della terribile organizzazione razzista del Ku Klux Klan; un'organizzazione creata subito dopo la Guerra civile e giunta, attraverso varie peripezie e numerose sciagurate resurrezioni, sino ai nostri giorni (qualche anno fa una quindicina di suoi membri inscenarono addirittura una marcia per New York, per protestare contro il divieto del sindaco alla loro richiesta di attraversare le strade cittadine con la celebre delinquenziale divisa). Un po' più di un secolo fa, però, fra gli anni Ottanta e Novanta dell'Ottocento, per chi viveva in New Mexico, nel Sud-ovest del paese, il cappuccio bianco aveva ben altro significato. Era il nome di un'organizzazione clandestina di contadini messicoamericani, chiamata appunto gorras blancas (cappucci bianchi). Approfittando del buio della notte, le gorras abbattevano le recinzioni erette dai grandi proprietari terrieri per "privatizzare" i pascoli e sabotavano le attrezzature di quelle ferrovie che nel decennio precedente avevano cominciato a percorrere questo territorio, con un pesante corredo di spoliazioni e sfruttamento ai danni dei lavoratori.
Bruno Cartosio ne ricostruisce l'aggrovigliata storia, collocandola sapientemente in un contesto, quello del New Mexico a cavallo fra Otto e Novecento, al quale ha già dedicato alcuni anni fa l'importante Da New York a Santa Fe. Lo fa in un nuovo, piccolo, ma significativo, lavoro intitolato Contadini e operai in rivolta. Le Gorras blancas in New Mexico (Milano, pp. 126), che inaugura la collana "I libri di Ácoma", legata all'omonima rivista americanistica, diretta dallo stesso Cartosio, da Sandro Portelli e da Giorgio Mariani.
La prima ragione di interesse consiste nel fatto che il libro ricongiunge efficacemente al resto del paese un'area a lungo dimenticata, e anzi apparentemente senza storia, perché ridotta ad "anomalia" esotica e pittoresca: dapprima in quanto zona di contatto fra i bianchi spagnoli e i nativi, poi come scenario di conquista dell'America bianca e anglo nei confronti di quanto restava dei nativi e del mondo messicoamericano, che vi si trovava incorporato a forza, secondo quella logica del "destino manifesto" che proprio in questo caso fu originariamente elaborata.
Ma Cartosio non si limita a mostrarne le connessioni di "colonia interna", sfruttata, tramite la mediazione dei ricos, i maggiorenti ispanici, dal capitale dell'Est. Né si limita a sottolineare puntualmente le dinamiche di discriminazione etnorazziale che, sovrapposte a quelle di classe, tengono l'area, più a lungo di qualunque altra regione, sino al 1912, nel limbo di un semplice "territorio", troppo poco "americano nei suoi usi e costumi" per entrare come stato nella repubblica federale. Attraverso materiali inediti come le schede dei censimenti e i rapporti delle spie e degli osservatori, anticontadini e antioperai, ingaggiati dalle pubbliche autorità (infeudate alla grande proprietà terriera e alle ferrovie) per sgominare tentativi di antagonismo come le gorras blancas, il libro ne ricostruisce invece anche gli aspetti soggettivi, di resistenza e opposizione collettiva. Ho ripetuto la formula, che può suonare, ahimè, all'apparenza un po' ritualistica, del titolo, "contadini e operai", perché in effetti Cartosio, con un paziente lavoro di scavo nelle fonti inedite, rintraccia almeno alcuni dei fili che legano, sia pure in modo indiretto e non senza contraddizioni, i cappucci bianchi alla principale organizzazione operaia dell'epoca, i Knights of Labor, Cavalieri del Lavoro (beninteso, gente seria, niente a che spartire con il "cavaliere mascarato" di casa nostra; gente che si batteva per la creazione di un sistema sociale su base cooperativa contro lo strapotere delle emergenti corporations).
Questo è il secondo grande motivo di interesse del libro, ovvero il fatto che esso mostra come, non solo sul piano delle strutture economiche e sociali, ma anche su quello delle lotte, le distinzioni fra modernità e premodernità, fra le espressioni di presa parola collettiva degli operai sindacalizzati e l'azione di chi sembra uscire dal repertorio dei "ribelli" o dei "banditi" "premoderni" di cui parlava trenta-quarant'anni fa lo storico inglese Eric Hobsbawm, risultano, alla luce di concrete esperienze come quella qui studiata, molto più labili e invero attraversate da feconde dinamiche di ibridazione di quanto la storiografia maggioritaria potesse pensare quando quelle categorie furono introdotte (per una pionieristica intuizione in proposito occorre andare a risentire la critica voce minoritaria del compianto Gianfranco Faina, che ai Ribelli di Hobsbawm dedicò un'intelligente recensione una quarantina d'anni fa).
Tali esperienze - che escono così, dice bene Cartosio, dal "limbo dello spontaneismo disperato... per entrare nel purgatorio delle lotte dei lavoratori negli Stati Uniti di quegli anni" - riservano per giunta pagine memorabili sull'effettiva realtà della "democrazia in America" di fine Ottocento, pagine da aggiungere e sovrapporre a quelle dei classici del pensiero liberale e borghese sui quali non di rado si esaurisce purtroppo il dibattito. Una per tutte, quella che Cartosio ci restituisce in un passaggio, che merita una citazione per esteso, sulla ragnatela, articolata e pulviscolare, dell'antagonismo locale: "esistono forze composite - gli operai della ferrovia (anglo e mexicanos, skilled e unskilled), un immigrato socialista tedesco [un quarantottardo!] che pubblica un giornale locale, i Knights of Labor e, infine, mexicanos come gli Herrera [membri dei Cavalieri e forse delle gorras] ...che finiscono per confluire nell'inedita fase di mobilitazione popolare, intellettuale-politica e pubblicistica che stiamo ricostruendo". Fase, occorre aggiungere, che poi dalle gorras si trasferisce sul piano politico-istituzionale col tentativo, coronato per breve tempo da un certo successo elettorale, del "Partito del Pueblo Unido", il cui impulso democratico e dal basso verrà poi travolto, prima e più che dalle divisioni interne, dalla disfatta operaia nello sciopero Pullman del 1894, che segna la fine dei Knights. Il che introduce il terzo elemento di interesse del libro, ovvero il contributo che esso fornisce a una conoscenza delle varie forme di "populismo" dell'epoca, una conoscenza capace di recuperarne il carattere di controversi e contraddittori, ma vitali, movimenti democratici, che frettolose generalizzazioni, appiattite sul presente, gli hanno sottratto.
Corriere della Sera, 21 aprile 2004
New Mexico. La rivolta dimenticata
di Sandro Modeo
Siamo nelle praterie del New Mexico, nelle notti alla fine degli anni Ottanta dell'Ottocento: gruppi di Gorras blancas o White Caps ("cappucci bianchi") irrompono in vaste estensioni agrarie abbattendone i fili spinati e i paletti di recinzione e incendiandone i fienili o si scagliano sui tratti ferroviari della Atchison, Topeka & Santa Fe Railrood (AT&SF), svellendone i binari e distruggendone le traversine. Sotto i cappucci di quell'anticapitalismo terriero e industriale non si nascondono i volti di teppisti criminali - anche se il mascheramento, per paradosso, è mutuato proprio dal Ku Klux Klan - ma i proprietari legittimi di quelle estensioni, mexicanos (nuovomessicani) colpiti dagli "espropri rapinosi" di speculatori anglos venuti da altri Stati, compresi rappresentanti delle corporations ferroviarie.
Ricostruendo nei dettagli questo episodio occultato dalla storiografia ufficiale, Bruno Cartosio non si limita a delinearne magistralmente l'evoluzione da conflitto di razza a conflitto di classe, con i magnati esterni e i ricos locali cementati contro l'alleanza tra le Gorras e i Knights of Labor, i Cavalieri del lavoro tesi a difendere sia i diritti dei lavoratori anglos immigrati sia quelli di molti mexicanos espropriati e "convertiti" in manodopera sottopagata. Cartosio va oltre, riuscendo a dare - attraverso gli elementi specifici della vicenda - un'inedita profondità di campo (una visione in "lunga durata") al negativo fotografico della spettacolare modernizzazione americana. Come non vedere infatti nella complicità di giudici e politici con gli speculatori (e addirittura nella coincidentia, in certi casi tra politici/giudici e speculatori) sintomi della paralegalità e del conflitto d'interessi oggi deflagrati? O come non cogliere nel crac economico-finanziario della AT&SF (con le spese digestione contrabbandate per investimenti e i debiti per crediti) uno dei tanti antefatti dell'Enrongate?


