SUZIE WONG NON ABITA PIU' QUI. La letteratura delle minoranze asiatiche negli Stati Uniti

a cura di Donatella Izzo

Introduzione

Asia + America: un composto instabile.

Asian American, Asian-American, Asian/American: asiatici americani, asiatico-americani, asiaticoamericani, asiatici/americani… anche solo sul piano terminologico, questo libro ha un oggetto sfuggente. Le minoranze di origine asiatica negli Stati Uniti – da almeno un trentennio produttrici di letteratura d’alto livello e notevole successo commerciale, e di un discorso critico e teorico che ha rapidamente acquistato spessore e spazio nell’accademia statunitense – si sono autodefinite nel tempo in modi variabili (cui corrisponde, e su questo torneremo più avanti, un disarmante numero di possibili, e per lo più brutte, traduzioni italiane). Indagare in questa pluralità di definizioni, però, non è puro nominalismo: anzi, forse è il modo migliore per cominciare a mettere a fuoco sul piano concettuale le vicende e le implicazioni dell’emergere dell’ “America asiatica”, una formazione il cui rilievo culturale – da tempo consolidato negli Stati Uniti – si è ormai fatto percepibile anche in Europa. Oggi che infine, davvero, “la Cina è vicina” anche per noi, e i giornali (del resto già per oltre un decennio pieni di Giappone) ce la propongono quotidianamente, insieme all’India e alle altre “tigri asiatiche”, come al tempo stesso una minaccia alla nostra way of life, una pericolosa concorrenza e un modello produttivo da imitare, mentre l’immigrazione asiatica, accanto a quella di altri paesi, è diventata visibile nelle nostre strade, nelle nostre scuole e nelle nostre università, e ha cominciato a produrre i suoi primi racconti in italiano: oggi ci sembra che occuparsi della letteratura delle minoranze asiatiche negli Stati Uniti non sia soltanto una specializzazione accademica per americanisti, ma anche un modo per cominciare a riflettere sui nostri futuri possibili.  

Quando, alla fine degli anni Sessanta, la minoranza asiatica negli Stati Uniti si guadagnò per la prima volta visibilità e riconoscimento insieme ad altre minoranze – etniche e sessuali – che rivendicavano i propri diritti civili, la dizione che dava espressione e dignità politica a quelle istanze emergenti era “Asian-American”, com’è documentato fin dal titolo della famosa antologia che, con un grido di battaglia, dette il via al recupero e alla legittimazione culturale della loro tradizione: Aiiieeeee! An Anthology of Asian-American Writers, pubblicata da Frank Chin, Jeffery Paul Chan, Lawson Fusao Inada e Shawn Wong nel 1974.1 Era un composto modellato su altri già esistenti, che allineava gli asiatici ad altre comunità hyphenated (col trattino, cioè composite: americane, ma non americane soltanto, bensì etnicamente marcate), e in special modo a quella più cospicua e combattiva, la comunità African-American, in quel momento punta avanzata delle lotte contro il razzismo e la discriminazione. In modo analogo a quanto era avvenuto per gli afroamericani e per i nativi americani, Asian-American era una dizione che creava, dal punto di vista tanto discorsivo quanto politico, il proprio referente, omologando in un’identità panasiatica e dunque trasversalmente continentale comunità d’immigrati originariamente provenienti da paesi diversi e dotate di lingue diverse, di culture diverse, di storie diverse non soltanto nei paesi d’origine – nei quali spesso li avevano separati guerre secolari, dalle tracce in qualche caso ancora fresche: Cina e Giappone, Giappone e Corea… – ma anche sul suolo americano. Immigrati a metà dell’Ottocento per fornire manodopera a basso prezzo alla costruzione delle ferrovie transcontinentali, come i cinesi, oppure prevalentemente in anni recenti come indiani, vietnamiti e coreani. Insediatisi con le famiglie, come i braccianti giapponesi arrivati nelle piantagioni delle Hawai‘i nella seconda metà del XIX secolo, e da lì passati a fare gli agricoltori o i pescatori sulla costa californiana; oppure decisi a tornare al proprio paese una volta fatta fortuna e intanto confinati in “bachelor societies” di scapoli forzati, come i maschi cinesi, cui era per legge proibito tanto di farsi raggiungere da donne del proprio paese quanto di unirsi a donne locali. Braccianti agricoli e operai sindacalizzati e militanti, come i filippini arrivati a decine di migliaia soprattutto negli anni Venti e Trenta, o transfughi dai recenti comunismi asiatici – cinesi, vietnamiti, laotiani, cambogiani. “Alieni indesiderabili” espropriati dei propri beni, deportati e internati a forza come nemici, anche quand’erano cittadini americani, come i giapponesi durante la Seconda guerra mondiale, o “American nationals” a seguito dell’occupazione del loro paese dagli USA dopo la guerra ispano-americana, come i filippini. Anziani che avevano conosciuto la povertà e l’immigrazione clandestina come paper sons (“figli di carta”, entrati nel paese con documenti falsi), oppure giovani istruiti, cittadini americani per nascita. Giovani donne che cominciavano a sentir parlare d’emancipazione nei gruppi di autocoscienza femminista e nei primi, sperimentali programmi di women’s studies, o maschi tesi a recuperare, in primo luogo ai propri stessi occhi e nei rapporti di potere all’interno delle proprie famiglie, una virilità negata dagli stereotipi dell’orientale servizievole ed effeminato. Ciò che tutti questi gruppi avevano in comune era, in effetti, proprio l’esperienza di emarginazione socio-culturale e discriminazione razziale che li colpiva in quanto “colorati”, soggetti etnicamente marcati e dunque “inassimilabili” alla soggettività egemonica e statutaria, quella designata (pur con ogni interna articolazione di classe e di genere) dall’essere bianchi. Una condizione, quest’ultima, che portava con sé la promessa, per quanto statisticamente illusoria, di una illimitata possibilità d’ascesa sociale, e in ogni caso della più ampia fruizione di quei benefici del benessere – casette unifamiliari dotate di elettrodomestici, lavori impiegatizi per i padri di famiglia, automobili garanti della mobilità delle casalinghe suburbane – che a partire dagli anni Cinquanta si erano diffusi come emblematici della American way of life.

Visto dai ghetti urbani delle varie Chinatown e Little Tokyo o dalle aziende agricole della California, lo American di quella way of life non poteva che apparire un contenitore falsamente inclusivo e in realtà basato su una demarcazione di tipo razziale. Una demarcazione che gli Asian-Americans facevano propria, assumendo collettivamente il termine “Asian” non come un’etichetta geografica pacificamente descrittiva, ma come una riappropriazione consapevole e strategica, in termini antagonistici e controegemonici, della omologazione razzista subita in quanto generici “orientali”.2 E in questo senso – tornando alle definizioni –, il trattino di Asian-American aveva una sua funzione: era il segno, per niente eufemistico, che evidenziava la questione della razza, mettendo in primo piano l’inassimilabilità dei due elementi che pure univa insieme: segno altrettanto d’unione quanto di ineliminabile diversità e divisione. Rivolta all’America bianca, dunque, l’etichetta “Asian-American” annunciava una militanza anti-razzista volta a imporre agli Stati Uniti, in base a una concezione radicale della loro democrazia, una visione anche asiatica di sé; rivolta all’America asiatica, mirava a rivendicare e a valorizzare la specificità della propria esperienza e condizione, un composto irriducibile tanto all’Asia quanto all’America: “the writing collected here proves the existence of Asian-American sensibilities and cultures that might be related to but are distinct from Asia and white America”, si legge in quel vero e proprio manifesto che è la prefazione a Aiiieeeee!.3 Di qui (come si vedrà più in dettaglio nei saggi che seguono) l’insistenza iniziale su una definizione di Asian-American basata sul requisito dell’essere “American born and raised”, nati e cresciuti in America, nella volontà di rivendicare l’America come propria, uscendo dallo stereotipo degli “eterni stranieri”: “American culture, protecting the sanctity of its whiteness, still patronizes us as foreigners and refuses to recognize Asian-American literature as ‘American’ literature. America does not recognize Asian America as a presence, though Asian-Americans have been here seven generations”.4

Se il trattino è un segno tipografico tutt’altro che innocente, altrettanto densa d’implicazioni è evidentemente la sua caduta, registrabile approssimativamente a partire dai primi anni Ottanta. Il rifiuto generalizzato dell’identità hyphenated da parte delle minoranze etniche degli Stati Uniti non coincide soltanto con la rivendicazione di un’identità “americana” tout court, senza quelle qualificazioni e restrizioni che, lette in chiave storica, costituivano nient’altro che un segno permanente d’inferiorità e di discriminazione. La perdita del trattino è anche, per certi versi, il segnale del sostanziale successo con cui la società americana mainstream riuscì a ricontenere l’antagonismo su base etnica diluendolo nell’accogliente e neutralizzante contenitore universale del multiculturalismo: un discorso in cui la razza non veniva più rappresentata come fattore di incancellabile contraddizione, ma come espressione di un ricco ventaglio di differenze capaci di convivere fianco a fianco, ciascuna pacificamente arricchendo l’altra con la propria diversità in un sistema che garantisce a tutti la riuscita sociale ed economica, non solo – secondo il vecchio principio liberale – in proporzione ai propri meriti individuali, ma anche intervenendo, dove necessario, per sanare gli storici svantaggi di partenza (come avvenne con i programmi di affirmative action generalizzatisi nelle università a partire dagli anni Ottanta). È a questo punto che gli Asian Americans – e lo stesso avviene per le altre minoranze protagoniste dei movimenti degli anni Sessanta – perdono il trattino, presentando così la propria identità non più come un composto, ma come una fra le molte varietà possibili di un modo di essere al fondo unitario. Asian American, con l’aggettivo “Asian” collocato in funzione attributiva rispetto all’altro aggettivo, “American”, che la posizione designa come il più capiente e il principale, diventa letteralmente “americano asiatico”: uno dei molti tipi possibili di americano. Una versione a suo tempo sostenuta dalla voce senz’altro più famosa di questa letteratura, Maxine Hong Kingston, a proposito dei cinesi americani,5 e oggi divenuta nettamente prevalente anche grazie al suo uso universale nel discorso critico, a partire dal primo libro che, all’inizio degli anni Ottanta, ha dato l’avvio allo studio e alla sistematizzazione del patrimonio culturale delle minoranze di origine asiatica: Asian American Literature. An Introduction to the Writings and their Social Context, di Elaine H. Kim.6 Da allora, l’uso di “Asian American” è divenuto universale: significativamente, anche Frank Chin lo fa proprio, nel saggio introduttivo a The Big Aiiieeeee!, la seconda raccolta da lui pubblicata insieme ai curatori della prima, nel 1991. E a partire dai primi anni Novanta, non si contano più i volumi che ogni anno, in progressione esponenziale, offrono letture di testi ormai canonici e canonizzazioni di testi nuovi o riscoperti, in base a nuove teorizzazioni della letteratura e della cultura Asian American – un fenomeno sul quale tornerò più avanti.7

A un tale consolidarsi della dizione non corrisponde, però, come pure si potrebbe pensare, un consolidarsi della definizione ad essa sottesa. Questa si fa, anzi, sempre più complessa e sfuggente, man mano che nuovi fatti storici e giuridici intervengono a rendere sempre più variegata la realtà sociologica degli Asian Americans. Lo Immigration and Nationality Act del 1965 ha completato il progressivo smantellamento della legislazione razzista avviata nel 1882 con il Chinese Exclusion Act, e proseguita con una serie di atti legislativi statali o federali che avevano a lungo proibito la naturalizzazione degli immigrati, l’immigrazione di donne dai paesi asiatici, i matrimoni misti, il diritto di acquisire terre in proprietà. Abolendo le precedenti quote d’immigrazione dai paesi asiatici, e sostituendole con criteri diversificati, in parte legati a fattori geopolitici e in parte volti a favorire l’ingresso di tecnici qualificati, la legge del 1965 ha prodotto non solo un massiccio aumento dell’immigrazione e di conseguenza della popolazione di origine asiatica (che fra il 1965 e il 1985 quintuplica, da uno a cinque milioni, più che raddoppiando in termini percentuali sulla popolazione complessiva degli USA), ma anche un mutamento sensibile della sua composizione.8 Ai gruppi tradizionali – cinesi, giapponesi e filippini – si aggiungono in percentuali considerevoli soprattutto vietnamiti, coreani e indiani, e inoltre laotiani, cambogiani, malesi, nepalesi, singalesi… Molti dei nuovi immigrati sono tecnici specializzati o professionisti del terziario e dei settori ad alta tecnologia, giovani in fase avanzata di formazione o adulti con le loro famiglie, già dotati di una familiarità con l’inglese oltre che di un elevato livello d’istruzione nella loro lingua madre, spesso di abitudini cosmopolite. A loro non si applica, evidentemente, nessuno dei criteri a suo tempo enunciati per l’appartenenza all’ “America asiatica” – l’essere nati e cresciuti in America, l’appartenere a gruppi presenti sul suolo americano da generazioni, la volontà di rivendicare l’America –; la stessa esperienza del pregiudizio razziale, disgiunta da quella della subalternità di classe e filtrata attraverso i campus universitari e le grandi corporations piuttosto che vissuta nelle piantagioni o negli accampamenti minerari, produce ovviamente esiti assai diversi, e dunque diversi gradi e tipi di disagio o di rivendicazione. “Asian American”, così, diventa sempre meno un grido di battaglia unitario e sempre più un contenitore spesso problematico di differenze, all’insegna di eterogeneità – di nazionalità e cultura, di classe, di genere e sessualità, di generazione, di lingua di scelta – che per tutti gli anni Novanta verranno puntualmente valorizzate ed esplorate anche nella loro frequente conflittualità interna, soprattutto a partire da un famoso saggio di Lisa Lowe, originariamente pubblicato nel 1991, dal titolo programmatico: Heterogeneity, Hybridity, Multiplicity: Marking Asian American Differences.9

È soprattutto in virtù di questo passaggio attraverso il paradigma postmoderno e postcoloniale, con la sua decostruzione delle politiche identitarie e con la sua teorizzazione della diaspora, della disaffiliazione e della migranza,10che “Asian American” (come i saggi che seguono illustreranno in modo più esauriente) subisce uno slittamento semantico. L’accezione che ho identificato prima come implicitamente multiculturalista convive attualmente con un’altra, contraddittoria, che vede “Asian” e “American” come componenti equivalenti e di uguale peso di una soggettività che tende a descrivere se stessa sempre meno in termini di rivendicazione di cittadinanza nazionale americana, centripeta rispetto agli Stati Uniti, e sempre più in termini transnazionali, trasversali rispetto alla limitatezza di qualunque nazionalità intesa come esclusivo contenitore identitario.

“Asian American” diventa così, più ancora di altri costrutti analoghi, una dizione capace non solo di mettere in rilievo lo status – di emarginazione o di, vera o presunta, integrazione – di una minoranza all’interno di una nazione, ma anche la funzione e il funzionamento stesso delle lealtà e delle affiliazioni nazionali, in special modo per quanto riguarda gli Stati Uniti (ma anche di altri ‘imperi’, per esempio la Cina). Di qui una dizione come quella, proposta da David Palumbo-Liu, di “Asian/American”, dove, come spiega il critico, la barra indica simultaneamente la scelta tra i due termini, il loro statuto di parità, e la dinamica di indecidibilità che al tempo stesso li unisce e li separa, destabilizzandoli ambedue: “Rather than couch the problem in the familiar parlance of assimilation, we will ask, not whether Asians have become assimilated, but, ‘to what, exactly, are they to be assimilated?’; ‘how does the history of Asian America demonstrate the centrality of Asia to the imagining of modern America?’”.11

Così, con una tipica mossa decostruttiva, la minoranza marginale diviene centrale alla definizione stessa del ‘centro’, ponendo una serie di problemi che non riguardano soltanto la comunità o le comunità Asian American nelle loro specificità, e gli studi culturali, teorici e letterari che su di esse si focalizzano, ma l’America e l’americanistica nel loro complesso. Nonché, al di là della stessa America, territori più vasti e questioni di più ampio respiro.

La rivendicazione della centralità dell’Asia all’immaginario americano finisce infatti per situare la questione Asian American nel più ampio contesto della riformulazione dei rapporti tra aree del mondo, nel passaggio di secolo che sta a cavallo tra quello che è stato definito “il secolo americano” e quello che in molti ci dicono sarà il “secolo asiatico”. I problemi sollevati dalla letteratura e dalla teoria Asian American si intersecano così con quelli, negli ultimi anni sempre più discussi nell’ambito della teoria postcoloniale e dei più recenti filoni dei translation studies, della creazione e circolazione di una letteratura non più nazionale ma “mondiale” (o forse soltanto globalizzata);12 e si allacciano da un lato a quelli delle correnti riformulazioni dell’americanistica come campo di studi, sempre più incline a rappresentarsi in chiave transnazionale, dall’altro a quelli sollevati nell'ambito della teoria postcoloniale, che riguardano la storia e le funzioni del conteotto di nazione nel suo complesso intersecarsi con moltplici assi di potere e categorie di differenza incentrate sulla razza, ma anche sulla classe e sul gender ,13. Come nota George Lipsitz:
Asian America studies cholars do not simply 'add on' previously ignored evidence about Asian American, but rather generate new ways of knowing by concentrating on obects of study that confound conventional modes of inquiry. Consequently, Asian American studies is not limited to the study of Asian Americans, but rather uses the specific historical experiences of Asian Americans to provoke comparative studies of the role of national culture in forming citizens and gendered subjects, in linking patriotism to patriarchy, and in disciplining and precluding alternative sexual and social identities. 14


Prima di procedere a evidenziare alcuni di questi problemi, è proprio però ad alcune questioni di traduzione – nel tempo oltre che nello spazio – che occorre indirizzarsi, per concludere questa iniziale rassegna terminologico-concettuale sugli Asian American Studies.

Nelle fasi preparatorie di questo volume, le autrici e l’autore dei saggi che lo compongono hanno discusso a lungo fra loro in primo luogo se e quale, fra le diverse dizioni illustrate più sopra, adottare come scelta unitaria e condivisa; e poi, come tradurla in italiano in un modo che ne rendesse correttamente, ma anche in maniera intuitiva e scorrevole, le implicazioni concettuali. Dovendo produrre un libro che è il primo a proporsi al pubblico italiano come una messa a punto informativa e critica sull’argomento, ci era sembrato ovvio attenerci a un criterio comune, con l’ambizione implicita di fornire uno standard terminologico per il dibattito italiano futuro.

Inutile dire che abbiamo dovuto ricrederci. Nei saggi che seguono, le dizioni inglesi fin qui analizzate si troveranno tutte, usate con maggiore o minore coerenza all’interno dei singoli saggi, oppure alternate – e non per incuria o per mancanza di riflessione. Il criterio non è stilistico, anzi, è squisitamente culturale, storico e ideologico: in parte rispecchia le prese di posizione individuali sul e nel dibattito, non sempre e non del tutto sovrapponibili; in parte rispecchia le fasi cronologiche del dibattito stesso, e il tentativo da parte dei singoli scriventi di darne conto nel modo più storicamente fedele, attenendosi anche linguisticamente ai termini in cui di volta in volta si sono andate ponendo le questioni. Una dizione come “Asian/American”, ad esempio, sarebbe insensata in relazione a un momento di rivendicazione politica del diritto degli asiatici a dirsi “americani”, altrettanto quanto il composto “Asian-American” sarebbe offensivo per quegli scrittori e scrittrici, critici e critiche che si definiscono primariamente in termini diasporici e transnazionali, e che rifiutano il paradigma assimilatorio legato all’immigrazione. Di fronte alla fluidità temporale e teorica del dibattito, abbiamo insomma infine optato per una fluidità terminologica che, rispettando rigorosamente le implicazioni concettuali e politiche di volta in volta in gioco, non pretenda però di congelare il discorso in una o nell’altra “correttezza politica” stabilita col senno di poi.

Ancora più difficile si è fatta la nostra situazione, però, quando ci siamo posto il problema della traduzione. Se asiatico-americano e asiatico/americano si propongono come traduzioni ovvie e tutto sommato corrette ed efficaci rispetto alle espressioni di partenza, assai più problematica risulta la resa proprio della più largamente utilizzata dizione “Asian American”. Come accennavo più sopra, in inglese è grammaticalmente l’aggettivo “asiatico” a qualificare “americano” (leggibile a seconda dei casi tanto come aggettivo quanto come sostantivo), e dunque la resa corretta dell’espressione sarebbe piuttosto “americano asiatico” che non “asiatico americano” oppure – come è uso corrente, sul modello di afroamericano, italoamericano, etc. – “asiaticoamericano”. Quest’ultima espressione irrigidisce obbligatoriamente in un unico composto aggettivale, dotato di un’implicazione etnico-nazionale e multiculturalista, quello che nell’inglese resta comunque, come si è visto, anche un rapporto aperto tra due termini non necessariamente gerarchizzati; ma l’uso di “asiatico americano” (declinato in tutte le sue forme) in base alle regole dell’aggettivazione italiana finisce per attribuire al polo “asiatico” un peso e un primato che nell’espressione inglese non ha: a rigore, un asiatico americano è un asiatico di nazionalità o origine americana, e non viceversa. E lo stesso vale, ovviamente, per le espressioni formate con gli aggettivi relativi alle singole nazionalità: cinese americano, giapponese americano, coreano americano, etc. (per alcune delle quali oltretutto esiste anche il composto aggettivale col confisso cino- e nippo-, che svaluta ulteriormente qualunque idea di parità o di libero gioco tra i termini).

Sacrificando tanto la coerenza quanto, in qualche misura, una rigorosa correttezza linguistica e concettuale in nome della leggibilità e dell’aderenza all’uso, abbiamo deciso di ricorrere al calco piuttosto che alla traduzione, usando tanto “asiaticoamericano” quanto “asiatico americano” a seconda delle implicazioni prevalenti in ciascuno dei nostri contesti discorsivi. Scelta forse goffa e certo discutibile, la cui cronistoria ho voluto ripercorrere qui non tanto per giustificarla, quanto e soprattutto per mettere in rilievo le trappole concettuali che insidiano ogni impresa di traduzione linguistica e culturale e le consapevoli ibridazioni che questo impone: tutti fenomeni dei quali, come si vedrà nei contributi che compongono il volume, gli scrittori e le scrittrici asiaticoamericani/e offrono una quantità di affascinanti esempi.



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1. Frank Chin, Jeffery Paul Chan, Lawson Fusao Inada e Shawn Wong, a cura di, Aiiieeeee! An Anthology of Asian-American Writers, Howard University Press, Washington D.C. 1974.

2.A riprova del carattere storico-politico e non geografico della questione Asian American sta il fatto che la categoria ha originariamente compreso esclusivamente immigrati provenienti dall’Asia orientale e dalle Filippine, i gruppi d’immigrazione storica; non senza controversie si è allargata agli immigrati del subcontinente indiano, che peraltro tendono a rappresentare differenzialmente se stessi come “South Asian Americans” piuttosto che come “Asian Americans” tout court (cfr. il saggio di R.Malandrino); e non comprende affatto l’immigrazione dall’Asia centrale e dal Medio Oriente: i cosiddetti Arab Americans provenienti dal Libano, dalla Siria, dalla Palestina oltre che dagli stati arabi del nord- Africa e del golfo, presenti sul suolo americano già dalla fine dell’Ottocento, e gli immigrati antichi e recenti dall’Iran, dall’Iraq e dall’Afghanistan – comunità che negli ultimi anni sono state per evidenti motivi al centro dell’attenzione editoriale e mediatica, con grandi successi come Reading Lolita in Tehran di Azar Nafisi, del 2003 (Leggere Lolita a Teheran, tr. Roberto Serrai, Adelphi, Milano 2004) e The Kite Runner di Khaled Hosseini, anch’esso del 2003 (Il cacciatore di aquiloni, tr. Isabella Vaj, Piemme, Milano 2004).

3. “Gli scritti raccolti qui provano l’esistenza di sensibilità e culture asiatico-americane distinte dall’Asia e dall’America bianca, per quanto possano essere imparentate con esse”: ivi, p. VIII.

4. “La cultura americana, intenta a proteggere la sacralità del proprio essere bianca, ci guarda ancora con condiscendenza come stranieri e rifiuta di riconoscere la letteratura asiatico-americana come letteratura ‘americana’. L’America non riconosce l’America asiatica come una presenza, benché gli asiatico-americani siano qui da sette generazioni”: ivi, pp.VIII-IX.

5. “We ought to leave out the hyphen in ‘Chinese-American,’ because the hyphen gives the word on either side equal weight … Without the hyphen, ‘Chinese’ is an adjective and ‘American’ a noun; a Chinese American is a type of American”; “Dovremmo lasciar perdere il trattino in ‘cinese-americano’, perché il trattino dà alle due parole da ciascun lato lo stesso peso. … Senza il trattino, ‘cinese’ è un aggettivo e ‘americano’ un sostantivo: un cinese americano è un tipo di americano”: Maxine Hong Kingston, Cultural Mis-readings by American Reviewers, in Guy Amirthanayagam, a cura di, Asian American Writers in Dialogue: New Cultural Identities, Macmillan, London 1982, pp. 55-65, qui p.60.

6. Temple University Press, Philadelphia 1982.

7. Cito solo alcuni volumi che si possono considerare i primi “classici” della critica sull’argomento: Shirley Geok-lin Lim e Amy Ling, a cura di, Reading the Literatures of Asian America, Temple University Press, Philadelphia 1992; Sau-ling Cynthia Wong, Reading Asian American Literature. From Necessity to Extravagance, Princeton University Press, Princeton 1993; King-Kok Cheung, a cura di, An Interethnic Companion to Asian American Literature, Cambridge University Press, Cambridge 1997 – un volume, quest’ultimo, che uscendo in una collana di testi universitari ad alta diffusione come i “Cambridge Companions”, mostra l’avvenuto consolidarsi della “Asian American Literature” come campo critico-letterario universalmente riconosciuto.

8. Il testo di riferimento sulla storia dell’immigrazione asiatica negli Stati Uniti, nei suoi vari gruppi e nelle sue varie fasi, è tuttora Ronald Takaki, Strangers from a Different Shore. A History of Asian Americans, Little, Brown & co., Boston and New York 1989; versione rivista e aggiornata, 1998.

9. “Diaspora”, 1, 1 (Spring 1991); ora in Lisa Lowe, Immigrant Acts. On Asian American Cultural Politics, Duke University Press, Durham and London 1996.

10. Per una discussione di questi problemi cfr. Lisa Lowe, Immigrant Acts, cit.; Sau-Ling C. Wong, Denationalization Reconsidered: Asian American Cultural Criticism at a Theoretical Crossroads, “Amerasia Journal” 21, 1-2 (1995), pp.1-27, ora in Amritjit Singh e Peter Schmidt, a cura di, Postcolonial Theory and the United States. Race, Ethnicity, and Literature, Temple University Press, Philadelphia 1982; Shirley Geok-lin Lim, Immigration and Diaspora, in King-Kok Cheung, a cura di, An Interethnic Companion, cit..

11. “Anziché porre il problema nel linguaggio consueto dell’assimilazione, ci chiederemo, non se gli asiatici si siano assimilati, ma ‘a che cosa, esattamente, dovrebbero assimilarsi?’; ‘in che modo la storia dell’America asiatica dimostra la centralità dell’Asia al processo di immaginare l’America moderna?’”: David Palumbo-Liu, Asian/American. Historical Crossings of a Racial Frontier, Stanford University Press, Stanford 1999, pp.1-2. Un approccio che prende le mosse da quello di Palumbo-liu sviluppandolo in direzioni ancora più decostruttivamente radicali è quello di Kandice Chuh, sul quale cfr. la nota 25.

12. Sul dibattito in merito alla "world literature" cfr. Donatella Izzo e Giorgio Mariani, a cura di, America at large. Americanistica transnazionale e nuova comparatistica, Shake, Milano 2004.

13. Le sinergie tra Asian American Studies e gender studies sono state molte e fruttuose, fin dall'inizio, segnato dal forte impatto della teoria femminista, e più recentemente in relazione ai masculinity studies e ai queer studies. Cfr. il saggio di V. Bavaro nella prima parte di questo volume.

14. "Gli Asian American studies non si limitano ad 'aggiungere' nuovi dati prima ignorati sugli asiaticoamericani, ma piuttosto generano nuove modalità di conoscenza, concentrandosi su oggetti di studio che mettono in crisi i modi d'indagine convenzionali. Di conseguenza, gli Asian American studies non sono circoscritti allo studio degli asiaticoamericani, ma usano le specifiche esperienze storiche degli asiaticoamericani per provocare studi comparati sul ruolo della cultura nazionale nella formazione dei cittadini e nell'attribuzione di gender ai soggetti, nel collegamento fra patriottismo e patriarcato, nel disciplinamento dei soggetti e nel precludere loro identità sociali e sessuali alternative": George Lipsitz, "To Tell the Truth and Not Get Trapped": Why Interethnic Antiracism Matters Now, in Kandice Chuh and Karen Shimakawa, a cura di, Orientations. Mapping Studies in the Asian Diaspora, Duke University Press, Durham and London 2001, p.300. L'intero volume è di grande interesse in questa chiave, poiché è uno dei primi contributi che tentino un'analisi e una valutazione critica delle implicazioni delle diverse "mappe cognitive" - etnica, diasporica, locale, globale, American studies, Area studies - adottate per descrivere gli Asian American Studies.

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Recensioni

Iperstoria, giugno 2007

Scaffale

di Fiorenzo Iuliano

Gli studi asiaticoamericani sono una novità pressoché assoluta nel panorama accademico e intellettuale italiano, pur essendo una realtà ormai consolidata nelle università americane. Il volume Suzie Wong non abita più qui rappresenta il primo, significativo tentativo di offrire una prospettiva panoramica e al tempo stesso mirata sulla letteratura asiaticoamericana e sulle sue possibili intersezioni con ambiti disciplinari differenziati, dagli studi di genere agli studi postcoloniali, alla comparatistica letteraria e ai nuovi studi americanistici.

Il volume, curato da Donatella Izzo, insiste sulla complessità del discorso asiaticoamericano, a partire dalla stessa denominazione della disciplina: “Asian American, Asian-American, Asian/American”, tentativi diversi di rendere conto e al tempo stesso di resistere a possibili tentazioni egemoniche della tradizione mainstream americana, in modo da individuare le fratture interne a un discorso erroneamente concepito come monolitico o comunque strutturato secondo una discendenza lineare e puramente genealogica, nella quale sia possibile individuare al massimo la presenza di contaminazioni marginali ad opera dei gruppi etnici minoritari.

La tendenza ad asserire un’appartenenza organica e compiuta alla cultura e alla tradizione americana, propria degli immigrati di origine asiatica stabiliti negli Stati Uniti nei primi del Novecento – spesso legati allo stereotipo della “model minority”, la minoranza obbediente e servile – contrasta con la volontà di identificare nella propria posizione marginale, segnata dall’appartenenza etnica e nazionale ‘altra’, una voce dissonante rispetto alla retorica della tradizione multiculturalista americana, tentativo di assimilare le posizioni marginali all’insegna di un pluralismo tanto vago e generico quanto pervicacemente segnato da una identità etnica, religiosa e di gender ben definita. È così che il discorso degli studi asiaticoamericani si intreccia con una serie differenziata di posizioni controegemoniche, spesso non prive di contrasti e contraddizioni interne.

Il volume, frutto di un lavoro collettivo di un gruppo di giovani studiosi accomunati da una formazione comparatista, si struttura in una prima sezione espressamente teorica, e una seconda che raccoglie una serie di interventi specifici su autori e opere della letteratura asiaticoamericana.

Nella prima parte, il saggio iniziale di Donatella Izzo restituisce con esattezza la storia degli studi asiaticoamericani nel contesto accademico degli Stati Uniti, soffermandosi sull’impossibilità di stabilirne confini netti sia per quanto riguarda la datazione sia per l’esatta pertinenza. La legislazione americana sull’immigrazione (dalle “anti-miscegenation laws” di fine Ottocento all’“Immigration and Nationality Act” del 1965, che riequilibrava i flussi migratori, consentendo la stabilizzazione e il consolidamento delle comunità asiatiche negli Stati Uniti) si traduce nella diversità di toni e di atteggiamenti con i quali gli scrittori e le scrittrici asiaticoamericani registrano la propria presenza e la propria ‘autopercezione’ nel contesto della realtà politica e della tradizione culturale americana. Bisogna arrivare alla seconda metà del Novecento per registrare, a partire dagli anni Sessanta, una svolta significativa sul piano politico e culturale: in seguito all’ingresso negli USA di cittadini asiatici di elevato grado di istruzione e di buona estrazione sociale e all’ondata di contestazione e di mobilitazione per i diritti e per la pace, al semplice desiderio di essere parte omogenea della grande narrazione della nazione americana si sostituisce una volontà oppositiva e critica, attenta a definire e problematizzare l’esistenza di un proprio spazio e il riconoscimento di una specificità politica e identitaria ben definita. Vissuto storico e politico ed esperienza letteraria si intrecciano, e questa assoluta interdipendenza, ribadita nel corso dei vari saggi, rende problematica la definizione degli ambiti disciplinari; non a caso nei diversi saggi che compongono il volume ricorre spesso il tema dell’autonomia – rivendicata o avversata – della sfera estetica rispetto alla caratterizzazione politica o militante dei testi.

Il libro si concentra su aspetti diversi implicati nella definizione di una possibile tradizione asiaticoamericana. Il diritto alla narrazione e all’autorappresentazione è un elemento cruciale, come è evidenziato nel saggio di Manuela Vastolo, “The Real and the Fake: autobiografia, fiction e rappresentatività”. La storia della letteratura asiaticoamericana, in particolare, si lega strettamente alla produzione del genere autobiografico in quanto modello narrativo archetipo di autoaffermazione e realizzazione; ancora una volta, una frattura rispetto a questo discorso è evidente a partire dagli anni Sessanta-Settanta, caratterizzata dall’emersione di una soggettività asiaticoamericana nuova e problematica, che trova la sua espressione non più nelle success stories degli autori asiatici immigrati negli Stati Uniti tra fine Ottocento e inizi del Novecento, ma nelle forme sofisticate della letteratura postmoderna, che provocatoriamente si rifiutano di sciogliere i dubbi relativi all’appartenenza a una tradizione nazionale piuttosto che all’altra, trovando nel linguaggio ibrido della scrittura – come nei casi, lontani tra loro, di Maxine Hong Kingston e di Lois-Ann Yamanaka – un aporetico punto di arresto rispetto all’univocità reclamata dalle definizioni identitarie consuete.

Particolarmente interessanti risultano le intersezioni con i discorsi prodotti in seno ai gender studies, come è evidenziato nel saggio di Vincenzo Bavaro (“Politiche di gender e soggettivazione nazionale nell’America asiatica”), che si sofferma tanto sulla genesi ‘sessuata’ della politiche di migrazione asiatiche negli Stati Uniti, ricordando le leggi che proibivano la costituzione di nuclei familiari attraverso i rigidi divieti posti all’immigrazione femminile a cavallo tra Otto e Novecento, quanto sulla caratterizzazione multipla e talvolta carica di contraddizioni stridenti, propria delle ‘nuove’ identità asiaticoamericane e delle voci minoritarie, come quelle gay/lesbiche, che emergono al loro interno, spesso in aperto contrasto con l’assertività di una tradizione nazionale che si definisce sempre in termini patriarcali ed eterocentrici. In questo senso, acquistano un valore significativo i discorsi sulla queerness e sulla diaspora che, come Bavaro argomenta, sono funzionali al ripensamento dei concetti di casa e di nazione.

Gli anni Novanta segnano un ulteriore momento di riflessione e di riconfigurazione nell’ambito degli studi asiaticoamericani, in seguito alle teorizzazioni fondamentali sulla diaspora, e all’incontro con la teoria critica e le sue molteplici articolazioni, come è evidenziato da Serena Fusco nel saggio “Blurring the Lines: dal nazionalismo culturale alla diaspora”. La consapevolezza della necessità di ridisegnare i paradigmi epistemici della tradizione politica e culturale occidentale in un’ottica post-nazionale, che consideri i movimenti migranti e diasporici, e non più lo Stato-nazione, quale griglia politica e concettuale di riferimento privilegiata, comporta una profonda riflessione interna alla disciplina, che arriva a mettere in discussione la stessa possibilità di tracciare un confine anche puramente concettuale tra le nozioni di ‘asiatico’ e di ‘americano’, e la necessità di ripensare a una nuova cittadinanza instabile e fluida, pur conservando la vigile consapevolezza del rischio di annullare i contrasti e le differenze in nome di una generica e indifferenziata continuità identitaria, proprio di una simile operazione.

I saggi analitici dei singoli testi letterari, contenuti nella seconda parte del volume, intervengono su opere di autori quali Hisaye Yamamoto, Nie Hualing, David H. Hwang, Maxine Hong Kingston, R. Zamora Linmark e Jhumpa Lahiri, evidenziando le complesse dinamiche attraverso cui le vicende storiche e politiche si riverberano e sostanziano nelle opere in oggetto. Partendo da quelli che sono riconosciuti come i momenti fondativi della definizione di una canone della letteratura asiaticoamericana, l’antologia Aiiieeeee! curata da Frank Chin, uscita nel 1974, e il romanzo The Woman Warrior di Maxine Hong Kingston, del 1976, questa sezione del volume apre la prospettiva alla costruzione eterogenea e differenziata di un canone (im)possibile. Autori di discendenza cinese, giapponese, filippina e indiana (in particolare, la specificità dell’immigrazione indiana e del sud-est asiatico è ben evidenziata nel saggio che chiude il volume, “Immaginare l’India attraverso la diaspora: A Real Durwan e The Treatment of Bibi Haldar” di Raffaella Malandrino) diventano parte di un unico discorso articolato che, a posteriori, acquista la fisionomia non tanto di una tradizione definita e sistematizzata, quanto di una costellazione eterogenea, in grado di ridisegnare i canoni dell’identità e dell’appartenenza alle nazioni e alle etnie asiatiche attraverso un complesso meccanismo di ibridazione delle presenze etniche nel territorio americano, e dei linguaggi e delle modalità estetiche attraverso le quali trovano la loro espressione.



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