PIÙ TEMUTI CHE AMATI. Gli Stati Uniti nel nuovo secolo

di Bruno Cartosio

Premessa

Gli Stati Uniti sono al centro dell'attenzione mondiale. Lo sono per ragioni tanto ovvie da non meritare la pena di soffermarvisi. Esiste una coincidenza pressoché assoluta tra il loro voler essere la "città sulla collina" cui tutti guardano e il loro esserlo di fatto, per le molteplici e indiscutibili forme della loro preminenza nelle cose di questo mondo. Sono e sono stati amati ammirati temuti e perfino odiati per tante ragioni diverse, buone e no, non sempre fondate, a volte pregiudiziali o superficiali. La forza stessa con cui gli Stati Uniti si rappresentano e dominano la scena suscita reazioni forti in chi li osserva.

A volte l'attenzione degli osservatori è divisa. Chi esamina l'armoniosa architettura delle istituzioni degli Stati Uniti non sempre guarda a come esse funzionano; chi ammira la loro grande ricchezza magari non considera il modo in cui essa è distribuita; chi si sente protetto dalla loro enorme potenza militare non sempre riflette su come essa viene impiegata e sugli obiettivi contro cui viene diretta. Questa attenzione si divide e frammenta spesso anche nel quotidiano. Chi alza gli occhi con uno stupore che si ripete ogni volta sui grattacieli in fuga verso l'alto non sempre pensa all'idea di città che essi incarnano, non riflette sui prodigi tecnico-scientifici ma neppure sulla speculazione di cui erano e sono testimonianza, sugli slums che si allargano appena al di là della loro ombra. Chi ancora si ostina a essere affascinato dalla potenza simbolica delle immense corsie affollate di macchine delle autostrade metropolitane non considera le implicazioni micidiali che ha avuto storicamente quel modello di urbanizzazione, di trasporto urbano, di consumi di inquinamento. La bellezza abbagliante delle star hollywoodiane sui piccoli e grandi schermi impedisce a molti di vedere nelle strade la dilagante obesità da "cibo spazzatura" dei suoi poveri. E la convenienza di negozi e supermarket aperti fino a notte o anche tutta la notte è tale da far ignorare i working poor, quasi sempre senza diritti sindacali che devono lavorarci dentro per tutto quel tempo.
Non è soltanto che la realtà stessa è, ovviamente, divisa: oggi, la società e la cultura degli Stati Uniti sono attraversate da contraddizioni più grandi e con chiaroscuri più pronunciati rispetto al passato e alle altre nazioni occidentali. America, spell it large, dicevano un tempo gli statunitensi con orgoglio. Ora, per una parte del ceto politico - in particolare quella che si esprime nelle attuali amministrazione e maggioranza congressuale - quell'orgoglio sembra essersi tramutato in una superbia tracotante e rancorosa. Come se il Grande Paese avvertisse nello stesso tempo un'inquietudine non benevola intorno a sé e la propria incapacità di esercitare l'antica egemonia culturale e politica. Gli Altri, anche tanti alleati, non si allineano più; anzi sono pronti a giudicare, a denunciare le ingerenze e i privilegi che l'ampiezza stessa dei passati successi statunitensi ha reso evidenti. Il mondo non è più diviso in due campi contrapposti. Mentre le antiche lealtà perdevano vigore, prendevano consistenza nuove lealtà collettive estranee e non gradite agli Stati Uniti come l'Europa unita, e nuove potenze, come la Cina.
Il re continua a essere temuto perché brandisce armi minacciose, ma ci si è accorti che i vestiti gli sono caduti di dosso. E allora appare a tutti evidente che il maggior produttore e consumatore mondiale è anche il maggior inquinatore. Il paese più libero del mondo è anche quello che ha il maggior numero di carcerati. Gli uomini politici della democrazia più antica sono eletti dalle percentuali più basse di votanti. La democrazia è sempre meno presente nei luoghi di lavoro da cui l'antisindacalismo esclude sempre più le organizzazioni dei lavoratori. Nessun paese parla così tanto di pace avendo fatto così tante guerre. Il paese più civile - così gli Stati Uniti presentano se stessi - e più religioso pratica la pena di morte al proprio interno e semina morte con le armi nel mondo senza vedere contraddizioni con i propri principi.

In particolare, la natura controversial delle scelte strategiche dell'attuale amministrazione ha suscitato sentimenti e contrapposizioni forti sia all'interno degli stessi Stati Uniti, sia in campo internazionale. La diffusa opposizione alla guerra in Iraq ha portato molti a riconsiderare la storia stessa della politica estera statunitense e della crescita del militarismo. L'acquiescenza del mondo dell'informazione verso le scelte prevaricatorie dell'amministrazione Bush nei confronti dei fatti e della verità ha stimolato ovunque in questi ultimi anni la ricerca critica sui media, la loro proprietà e gestione, la loro subalternità al potere politico (o l'ampia coincidenza di interessi tra l'uno e l'altro). Le scelte deliberate di smantellare i residui di stato sociale e le politiche economiche rudemente antipopolari hanno spinto molti, anche al di fuori delle sinistre radicali a ridiscutere i meriti troppo frettolosamente riconosciuti al neoliberismo. In pochi altri momenti, negli ultimi decenni, le dinamiche socio-politiche statunitensi sono state studiate con tanta attenzione e apprensione.

Per quanto riguarda il nostro paese, se si escludono gli ultimi anni Sessanta e i primi Settanta, non c'è stato un altro periodo in cui l'industria editoriale abbia pubblicato così tanti contributi di analisi e interpretazione storica e politica. Di alcuni di questi si trovano tracce anche negli scritti raccolti in questo volume, il quale, a sua volta, vorrebbe aggiungersi ai numerosi altri di autori italiani - studiosi accademici e giornalisti - che testimoniano la nuova vivacità e acutezza dell'attenzione critica verso la società, la politica, la cultura statunitensi.

Bruno Cartosio
Milano, 1 maggio 2005